Brodo di carne: a qualcuno piace caldo (ma a nessuno piace freddo)

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Se prendiamo un campione di consumatori che apprezzino il bollito, molti apprezzeranno anche il brodo, ma non tutti.


La scarsa considerazione che alcuni ripongono in questo prodotto (che poi, a rigore, sarebbe un sottoprodotto) deriva dall’immagine che ciascuno gli attribuisce. Chi lo associa al paracetamolo nel classico menù dell’influenzato non potrà certo vederlo con ottimismo. Né, tanto meno, come intercalare in un gaudente pranzo sociale.



Chi ha un po’ più di fantasia e qualche nozione di cucina, gli riconosce una valenza più rosea.

Ci sono piatti che con il brodo di carne raccolgono maggiori consensi: il risotto, primo fra tutti. Anche se viene bene sfumandolo con acqua salata e un po’ di vino bianco secco, con il brodo acquisisce quel pizzico di sapore in più in grado di appagare il palato più esigente. Per inciso, chi fa il risotto con acqua e sale quando si trova tra i piedi un pentolone di brodo, come inevitabile eredità di un pur apprezzatissimo bollito, non sa che cosa farne. Buttarlo nel lavandino è un insulto verso quella fetta di mondo che soffre la fame. Tenerlo in frigo occupa spazio prezioso. In più, se già prima non stimolava l’appetito, quando il grasso sarà mutato in un coperchio opalescente qualsiasi brama culinaria si sarà spenta tristemente. Diventa vano ogni sforzo per trovargli un utilizzo e l’unica speranza è la suocera minestrino-dipendente.



Le proprietà nutritive del brodo di carne vanno cercate con una finezza analitica che non ammette approssimazioni. Se si esclude l’acqua, ciò che rimane è un po’ di sostanze proteiche, un po’ di grasso (se non si è tolto il coperchio opalescente di cui sopra) e sali minerali. Sono probabilmente questi ultimi ad averlo fatto entrare nel decalogo del febbricitante, colpevole di perderne con la sudorazione e condannato a reintegrarli in una forma disonestamente spacciata per prelibatezza.






Consumato fuori dal letto, comunque, anche i più schifiltosi non potranno negargli un ruolo insostituibile nel cucinare i tortellini in brodo, il cui nome non lascia spazio all’idea di farne a meno. Ma il tortellino non è l’unico a chiedergli la complicità nel tentar la gola altrui. Rimanendo nei primi piatti da cucchiaio, confinata la minestrina a (pochi) giovani estimatori e a tanti anziani in carenza di enzimi gastrici, possiamo citare i raviolini langaroli, gli anolini, i passatelli, la stracciatella. Poi ce ne sarebbero altri ancora, accomunati tutti da una caratteristica che li distingue dai primi da forchetta.



Vadano per oggi e al limite anche domani. Poi basta, grazie.