I nutrizionisti entrano in cucina con il Fassone

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La figura del nutrizionista è relativamente nuova, cresciuta di pari passo con quel benessere che ha cambiato il nostro rapporto con il cibo, assegnandogli uno scanno nella loggia del piacere. Da un certa prospettiva, quello del nutrizionista è un lavoro che non si discosta da quello del commercialista, con un bilancio da far quadrare tra energia consumata e calorie ingerite, piuttosto che tra costi sostenuti e ricavi incassati.

 

La grande differenza tra chi conta i soldi e chi conta le calorie è fatta dal cliente. Quello del commercialista guarda il portafogli, e, fermo restando il totale, che siano biglietti da 5 o da 500 non fa differenza. Quello del nutrizionista è un paziente impaziente. Impaziente di ritrovare la forma, impaziente di fronte alle rinunce e mal disposto a cambiare le sue abitudini. Il successo di chi lo assiste sta nel cucirgli addosso la dieta convincente, sobria nei numeri ma non nella fantasia, facile da seguire e, soprattutto, lontana dal senso di costrizione di un percorso disintossicante.

 

C’è però un elemento in grado di far saltare il banco ed è il modo in cui il cibo viene trattato prima di giungere nel piatto. Un elemento che non è sfuggito ai fondatori dell’Associazione Italiana Nutrizionisti in Cucina, il sodalizio nato allo scopo di approfondire e divulgare le conoscenze sui processi di cottura degli alimenti e sulle modifiche che questi possono innescare, completando le competenze del dietologo con ciò che accade a valle del suo lavoro.  Tra le varie finalità contemplate dallo statuto c’è anche quella di “ridurre il rischio di esposizione del consumatore a sostanze tossiche generate dai processi di trasformazione di alimenti nelle cucine domestiche e professionali”: ipotesi fin troppo drammatica ma che, nella sostanza, ci fa capire come un alimento di ottima qualità possa perdere tutte le sue virtù con un’errata gestione sui fornelli. Tra gli alimenti più sensibili a questo fenomeno occupa un posto di rilievo la carne, dal cui metodo di cottura discende una salubrità che ha infuocato le cronache più recenti dando anche la sponda a chi, da sempre, la contesta per discutibili ragioni ambientali.

 

L’argomento è di sicuro interesse per chi, come Coalvi, si occupa del Fassone di Razza Piemontese. La sua carne infatti, grazie alla sua proverbiale tenerezza e al bassissimo contenuto di grasso, offre il meglio di sé da cruda o appena scottata: un’ottima chance per sfuggire alle sostanze che si sprigionano con certi tipi di cottura che, oltre certi limiti e oltre una certa frequenza, possono risultare dannose.

 

Con questo spirito, Coalvi ha organizzato un convegno coinvolgendo i soci dell’Associazione Nutrizionisti in Cucina per informarli sulle virtù della carne del Fassone e per approfondire, con i relatori che si sono susseguiti al tavolo, le caratteristiche nutritive della carne rossa e gli apporti che questa garantisce a sostegno di una dieta equilibrata.

 

Ciò che è emerso chiaramente dalle varie relazioni è la conferma che un eventuale abuso di carne rossa può predisporre l’organismo a situazioni patologiche non tanto per ciò che la carne stessa contiene, ma per le trasformazioni che subisce in cottura, aggravate da quelle, ben più malsane, che subiscono i condimenti.

 

L’evento si è svolto il 13 maggio, presso lo Stadio di Domiziano, a Roma, ed è stata anche l’occasione per presentare il libro “Carne e Salute” di cui Coalvi ha curato la stesura raccogliendo i contributi scientifici di vari specialisti in ambito sanitario. Libro che, per chi fosse interessato, può essere richiesto a Coalvi tramite le macellerie convenzionate o direttamente presso gli uffici, e anche consultabile sul nostro sito cliccando qui.

Di seguito, invece, le testate che hanno parlato dell’evento: